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Archivi categoria: lavoro

Oggi parliamo di MOBBING

Il mobbing è, nell’accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza. Più in generale, il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo membro.
Mobbing sul lavoro
Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all’azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all’esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.
Per potersi parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Si distingue:
– mobbing gerarchico: ossia gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima,
– mobbing ambientale: sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell’usuale dialogo e del rispetto.
– mobbing verticale: o quando l’attività è condotta da un superiore al fine di constringere alle dimissioni un dipendente in particolare, ad es. perché antipatico, poco competente o poco produttivo; in questo caso, le attività di mobbing possono estendersi anche ai colleghi (i side mobber), che preferiscono assecondare il superiore, o quantomeno non prendere le difese della vittima, per non inimicarsi il capo, nella speranza di fare carriera, o semplicemente per “quieto vivere”.
– mobbing orizzontale: quello praticato da parte dei colleghi verso un lavoratore non integrato nell’organizzazione lavorativa per motivi d’incompatibilità ambientale o caratteriale, ad es. per i diversi interessi sportivi, per motivi etnici o religiosi oppure perché diversamente abile; generalmente la causa scatenante del mobbing orizzontale non sono tanto le incompatibilità all’interno dell’ambiente di lavoro quanto una reazione da parte di una maggioranza del gruppo allo stress dell’ambiente e delle attività lavorative: la vittima viene dunque utilizzata come “capro espiatorio” su cui far ricadere la colpa della disorganizzazione, delle inefficienze e dei fallimenti.
– mobbing strategico: ossia quando l’attività vessatoria e dequalificante tende ad espellere il lavoratore, per far posto ad un altro lavoratore (di solito in posizioni di dirigenza o apicali).

 

Lo stress da lavoro può causare un ictus?

Attenzione a non trascurare i sintomi dello stress da lavoro, se tirate troppo la corda, tra i possibili rischi per la salute c’è anche quello di andare incontro ad un ictus. L’allarme è stato lanciato dai ricercatori del National Research Centre for the Working Enviroment di Copenhagen, in seguito ad uno studio coordinato dal Dott. Lars L. Andersen. La ricerca danese ha coinvolto 5mila uomini in età comprese tra i 40 e i 59 anni, tutti seguiti per ben 30 anni, ovvero dal 1971 al 2001, con particolare attenzione al loro livello di stress lavorativo.
E’ emerso che proprio quest’ultimo fattore sia responsabile dell’1,4% dei casi di ictus. Entrando nello specifico della ricerca, all’interno del campione monitorato si sono verificati 779 casi di ictus, dei quali 167 mortali, e un buon 10% di questi attacchi hanno interessato persone che erano state sottoposte in modo continuativo a forte stress nella propria attività lavorativa.
Inoltre, si trattava per la maggior parte di individui con ruoli dirigenziali, con un livello di istruzione alto e un tenore di vita adeguato alle qualifiche professionali. Evidentemente, quindi, ad una maggiore responsabilità corrisponde anche un maggior rischio a livello di salute, perché l’organismo sottoposto a così grande pressione, per un periodo di tempo prolungato, può reagire molto male.
La cosa che è apparsa in modo lampante ai ricercatori è stata proprio la perfetta correlazione tra stress e ruolo professionale ricoperto, poiché entrambi salivano all’unisono. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Occupational and Environmental  Medicine, e suggerisce soprattutto ai lavoratori giovani in tutto dediti alla carriera, a saper staccare la spina ogni tanto, proprio perché a lungo andare il loro fisico potrebbe risentire del continuo stress.

 
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Pubblicato da su 21 giugno 2013 in ICTUS, lavoro, malattie cerebrali, mobbing, ricerca, SALUTE, stress

 

McCartney offriva ‘lavoro’ a un batterista, all’asta la lettera.

Londra, 19 ott. (Ign) – E’ stata ritrovata tra le pieghe di un vecchio libro nel bagagliaio di un’auto a Liverpool ed è la testimonianza della più grande occasione mancata della storia della musica. La lettera, che andrà all’asta da Christie’s il 15 novembre (stima prevista 9mila sterline), è stata scritta il 12 agosto 1960 da un giovanissimo Paul McCartney ed è indirizzata a un anonimo batterista in cerca di lavoro.
I Beatles, che di lì a poco sarebbero partiti per un tour ad Amburgo ed avrebbero conquistato una fama mondiale, erano in cerca di un batterista e così McCartney, allora 18enne, prese carta e penna e rispose all’annuncio offrendo un’audizione al musicista disoccupato.
”Vorremo offrirle un provino per la posizione di batterista nel nostro gruppo – si legge nella lettera -. In ogni caso, dovrebbe essere disponibile da subito per un tour ad Amburgo (la spesa pagata sarebbe di 18 sterline a settimana per due mesi). Se è interessato chiami il Jacaranda Club e chieda di parlare con un membro dei Beatles”. L’identità del batterista è sconosciuta e non è noto neppure se quell’audizione abbia mai avuto luogo oppure se il musicista abbia rinunciato a presentarsi perdendo così l’occasione della sua vita.
 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2011 in asta, lavoro, mccartney, MUSICA

 

Due italiani su 5 sono pendolari

Due italiani su 5 percorrono tra i 10 e i 30 km per raggiungere il lavoro

Milano, 29 set. (Adnkronos/Labitalia) – Usano treni, autobus, macchine, moto, biclette: sono i pendolari, quei lavoratori che, nonostante le nuove tecnologie o il telelavoro, sono ancora costretti a fare spesso lunghi tragitti prima di raggiungere l’ufficio o la fabbrica. Una ricerca di InfoJobs.it, importante portale attivo in Italia e in Europa nel settore del recruiting online, ci dice che due lavoratori italiani su cinque percorrono tra i 10 e i 30 km al giorno per raggiungere l’ufficio e sarebbero disposti a guadagnare meno pur di esser più vicino a casa
Il 31,73% degli intervistati da InfoJobs percorre infatti tra i 10 e i 30 km per arrivare in ufficio. Poi, ci sono i più fortunati (28,85%) che coprono una distanza inferiore ai 10 km. Il 21,15%, invece, lavora a più di 50 km da casa e infine il 18,27% dichiara di percorrere tra i 31 e i 50 km ogni giorno. La distanza media percorsa dai pendolari è di circa 24 km al giorno. Ciò significa che durante l’anno lavorativo si percorrono circa 5.856 km, ossia pressappoco la distanza tra Roma e Zanzibar.
Alla domanda se sarebbero disposti a cambiare lavoro per un posto più vicino a casa ma con uno stipendio minore, il 36,9% degli intervistati ha risposto no. Il 37,86%, invece, dichiara di essere disposto a valutare l’offerta di un posto più vicino a casa, anche a scapito del guadagno. Il 25,24% degli intervistati afferma che cambierebbe sede di lavoro anche rinunciando a qualche benefit, dato che comunque risparmierebbe i soldi di abbonamenti o benzina.
I pendolari soffrono anche per i ritardi dei mezzi. Infatti arrivare la mattina tardi alla scrivania o alla postazione di lavoro, per il 35,72%, è colpa del ritardo del mezzo di trasporto pubblico e per il 29,46% del traffico. Il 12,5% ammette che è a causa di motivi personali, mentre il 22,32% afferma di non arrivare mai tardi a timbrare il cartellino.
Per spostarsi il 29,75% preferisce l’auto di proprietà, mentre il 26,45% si affida ai mezzi pubblici interurbani (tram, bus e metropolitana). Il 19,83% ricorre a un mix di più mezzi (esempio treno + autobus) per raggiungere il posto di lavoro dai paesi limitrofi. Nella classifica dei mezzi più usati per andare al lavoro seguono il treno (usato dal’8,27% degli intervistati), la moto (5,78%) e la bici (4,13%). E c’è anche un 5,79% che si può permettere di raggiungere il lavoro a piedi.
Se la maggior parte dei pendolari (48,35%) dichiara di impiegare circa mezz’ora da casa al lavoro, ben il 35,16% trascorre quasi un’ora in viaggio. Infine, il 16,49% rimane impegnato, tra cambi di mezzi e coincidenze, per più di un’ora.
 
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Pubblicato da su 29 settembre 2011 in CURIOSITA', lavoro, pendolari