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Archivi giornalieri: 20 marzo 2012

Pirate Bay: "I server? Nello spazio a bordo dei droni"

Roma, 20 mar. (Ign) – Pensate a un drone, gli aerei spia che fanno notizia quando vengono abbattuti. Piccoli velivoli, senza pilota, che le grandi potenze occidentali (ma ci sono anche quelli russi, cinesi e israliani) mandano al di là delle linee nemiche per scattare foto a siti militari, a postazioni segrete, a centrali nucleari. Di solito li vediamo ‘veleggiare’ con la stella americana, nei cieli del Medio Oriente. Con i guardiani della rivoluzione iraniana pronti ad abbatterli e a mostrarli come trofei. Oppure in Afghanistan, a spiare i talebani. O in Iraq.
Ora immaginiamoli con uno stemma che rappresenta un vascello pirata con tanto di bandiera, con teschio e ossa incrociate. Non più aerei-spia ma nascondigli per i server ‘illegali’ di Pirate Bay, i pirati del web svedesi, più volte condannati per file-sharing illegale. E più volte chiusi. Con i loro server oscurati, sia dagli Usa che dalle autorità europee, che danno la caccia a chi viola le leggi del copyright. Peter Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm e Carl Lundström, i capi dei pirati della baia, già condannati a 10 mesi di carcere e a un risarcimento di 6,8 milioni di dollari non si arrendono. E si preparano a una nuova sfida senza confine. Che ora potrebbe spostarsi all’insù, cioé nello spazio, dove, spiegano i pirati scandinavi sul loro blog di piratebay.se, “presto sposteremo i nostri server”.
L’idea lanciata di sembra un po’ stravagante, e forse rappresenta solo una provocazione. Ma non mancano i dettagli: “Computer mini da montare sui droni, come i Raspberry Pi, un single-board pc sviluppato nel Regno Unito e appena uscito sul mercato, Gps, collegamento radio con portata fino a 50 km e trasmissioni a 1000 megabit. Il tutto da mandare in cielo grazie ai droni. E poi vediamo, sembrano dire i pirati, se gli Stati Uniti dell’Arroganza, come chiamano gli Usa, riusciranno a chiuderci anche questi.
C’è già il nome per i futuri droni volanti: Low Orbit Server Station (Centro Server di orbita inferiore). Un nome che richiama il Low Orbit Ion Cannon (Cannone Ionico di orbita inferiore). Il ‘cannone’ di Anonymous, gli hacker attivisti in campo per la libertà della rete, che hanno utilizzato negli scorsi mesi questo software per violare tanti siti, da quello del Vaticano a quelli della Ue, fino a quello della Alleanza atlantica.
Tantissimi i commenti nel blog dei cybernauti. Tutti entusiasti. Con tanti complimenti per la trovata e qualche consiglio, come quello di ‘mirogster’ che scrive: “Sarebbe meglio mandare in orbita i politici corrotti, piuttosto che i server”. Oppure di chi preferisce mandare i server non in cielo, ma in mare: “Fate come i pirati olandesi di Radio Veronica”, scrive ‘salazam1’. E c’è anche chi propone le mongolfiere. C’è poi chi si rallegra (“farò il download dallo spazio, che cosa bella!!!”). Qualcuno infine è sfiorato dal dubbio: “Non è troppo presto per il pesce d’aprile?”, scrive ‘WallaceII’.
 
 

L’ultimo palco di Ivano Fossati

Il cantautore genovese ritorna a casa dopo un viaggio durato quattro decenni e diciotto dischi, capace di segnare non solo il nostro tempo con canzoni divenute bandiere di un’epoca, ma anche la storia politica di questo Paese: “Non preoccupatevi, da domani potrete finalmente suonare quello che vi pare”

Chi si aspettava lacrime e rimpianti, è rimasto deluso, perché l’ultimo concerto di Ivano Fossati ieri sera al Piccolo di Milano, è stato all’opposto in linea con la carriera quarantennale del cantautore genovese: intenso, poetico e decisamente sobrio, con un’unica concessione al termine delle oltre tre ore di musica quando, da due cannoni ai lati del palco, sono stati sparati in aria coriandoli luminosi.
Sul palco, tra gli applausi e i boati del pubblico, se ne stava in piedi lui, arrivato al termine di questo lungo addio durato cinque mesi con una lucidità e una determinazione davvero feroci al punto di non commuoversi nemmeno davanti all’ovazione di cinque minuti che il teatro gli riserva prima dei bis finali. “Grazie, grazie a tutti. Quello che avete fatto è una cosa davvero eccezionale”.
Pochissime parole, una scaletta in linea con il tour e pochi fuori scena tra cui la bella sorpresa della band a metà concerto che, a insaputa di Fossati, attacca The End dei Beatles, dedicandogli una frase manifesto, soprattutto in questo contesto: “E alla fine l’amore che ricevi è uguale a quello che dai”. Per capire però l’impatto culturale, oltre che musicale, che Fossati ha avuto sul nostro Paese in questi quarant’anni, ieri sera era sufficiente, più
che ascoltare il concerto, osservare il pubblico, un gruppo di persone eterogeneo e trasversale, che mescolava tre generazioni e nomi differenti e apparentemente lontani come Sergio Cofferati e Noemi, Marco Mengoni e Dori Ghezzi.
Tutti lì, in fila, in piedi, a tributare l’ultimo applauso a uno dei pochi veri autori della canzone italiana, un uomo che solo alla fine, quando ormai la mezzanotte è passata e il concerto è finito, decide di sciogliersi e, imbracciato il flauto, intona Dolce acqua, un pezzo della sua prima band, i Delirium, datato 1971. In mezzo c’è una vita intera, ci sono le ventotto canzoni portate in scaletta, anticipate dalle citazioni del Milione di Marco Polo e le cui parole, non a caso, sconfinano proprio nella biografia di Fossati: “Davanti ai nostri occhi stava comparendo Venezia. Eravamo tornati a casa dopo tanti anni, e la mia barba si era fatta grigia”.
Non sarà Venezia, ma Fossati ritorna a casa dopo un viaggio durato quattro decenni e diciotto dischi, capace di segnare non solo il nostro tempo con canzoni divenute bandiere di un’epoca (La mia band suona il rock), ma anche la storia politica di questo Paese grazie a inni come Canzone popolare, che nel 1996 divenne l’inno del trionfo dell’allora Ulivo di Prodi. “Non preoccupatevi, da domani potrete finalmente suonare quello che vi pare” ironizza a un certo punto della serata rivolto alla sua band, prima di concludere il concerto, non casualmente, con le parole di un pezzo del 1993, Buontempo: “Oggi non si sta fermi un momento, oggi non si sta in casa, che è buontempo”. Poi si chiude il sipario, mentre qualcuno si asciuga le lacrime, qualcun altro scuote la testa e, dal fondo del teatro, sale solitario un grido: “Ripensaci!”. Ma difficilmente accadrà. (La Repubblica)
 

"IT verde": ecco il laser che "cancella" i fogli già stampati

La pubblicazione scientifica del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha dato spazio ad una ricerca che potrebbe, in futuro, aprire la strada a nuove metodologie per il riciclo della carta. In un mondo sempre più digitale, si stampa ancora troppo e da qualche tempo nei messaggi di posta elettronica capita di leggere esortazioni a rispettare l’ambiente ed a stampare le e-mail solo quando strettamente necessario.

Alcuni ricercatori inglesi vogliono però compiere un passo in più, che va ben oltre la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema della battaglia contro gli sprechi. Julian Allwood (nella foto a lato), accademico della University of Cambridge, ha rivelato un nuovo sistema che sarebbe in grado di rimuovere il toner presente sui fogli di carta già stampanti consentendone l’immediato riuso.

Lo studio, condotto in collaborazione con un altro ricercatore, David Leal-Ayala, illustra l’utilizzo di una luce laser che permette di decomporre il toner svolgendo di fatto un processo inverso a quello di stampa. Secondo quanto affermato dagli esperti anglosassoni, la rimozione automatica del toner non causerebbe danni alle fibre della carta ed uno stesso foglio potrebbe essere riutilizzato fino a cinque volte prima di essere gettato nel cestino (del riciclo, ovviamente). “Stiamo cercando di vaporizzare il toner in maniera molto veloce“, ha osservato Leal-Ayala. Il trucco, secondo gli studiosi, consisterebbe nell’utilizzo di un laser che proietta una luce verde ad intervalli rapidissimi, dell’ordine dei nanosecondi. Dal momento che la fibra di cellulosa è sostanzialmente immune ad un’azione del genere, gli impulsi luminosi verrebbero totalmente assorbiti dal toner. L’unico problema, spiega Allwood (anche il cognome del ricercatore è tutto un programma…), è che il calore assorbito dal toner venga comunicato al foglio di carta. Ed è proprio l’impiego di impulsi rapidi che permette al toner di “evaporare” prima di causare danni alla carta.

Adesso stiamo cercando qualcuno che ci aiuti a costruire un prototipo“, ha concluso Allwood. L’ambiente ringrazia. (Il Software.it)

 

Pino Daniele, album lussuoso, chitarra ardente

Pino Daniele rappresenta meglio di altri le sofferenze di un artista nella crisi, con la deriva “talentistica” e la caduta di profilo di alcune majors discografiche. Bloccato nei budget, costretto a vendere le canzoni un tanto l’una manco fossero patate, e visibilmente a disagio, ha finalmente scelto l’indipendenza. Il risultato non è il «prodottino» di cui si discute in tv, ma un album inedito che tiene alta la dignità della musica popolare: nella versione fisica di «La grande madre», che esce oggi, c’è un autentico scatto di orgoglio cantautorale.
Il box contiene spartiti musicali, foto, testi, biografia. Una riapertura a chi ama i contenuti, a lungo trascurato come figlio di un dio non abbastanza modaiolo.
Ma è poi la musica a far la differenza rispetto ad un certo appannamento dell’ultimo Daniele. In 12 brani, c’è una dedicata esplorazione di varie sue anime chitarristiche: uno strumentale, «The Lady of My Heart»; la cover in italiano di «Wonderful Tonight» di Eric Clapton con il quale l’artista ha stretto una collaborazione. «Searching for the Water of Life» è un brano in inglese a favore dell’organizzazione «Save the Children», «Coffee Time» una immaginifica fuga jazzy che ritorna in «’O Fra» dove si riscopre la parlesia, quel gramelot napoletano frutto di lontane contaminazioni con la lingua di zingari rumeni dediti all’arte di strada. E poi brani più tradizionali in italiano come «Melodramma» o «Due Scarpe», mentre «La grande madre» è una dedica appassionata ai suoni contaminati dall’Africa.
Pino ha scelto anche collaudatissimi musicisti che già avevano collaborato con lui, da Steve Gadd alla batteria a Mino Cinelu alle percussioni; alcuni, come Omar Hakim già Weather Report e la pianista Rachel Z, lo accompagneranno pure nel tour che parte sabato prossimo da Cesena e andrà all’estero. «Il disco, e il tour, seguono Pino Daniele e non il mercato – dice lui orgogliosamente -. Il rischio me lo prendo io. Pensi che per “Melodramma” alcune radio hanno obiettato che ci sia la parte strumentale». I soliti problemi da analfabetismo marketing, ma Pino è convinto che si riaprano spazi d’ascolto in programmi dedicati: «Son convinto che tornerà la tensione informativa. Porto l’album in giro, lo venderemo noi, faremo il vinile. Chi segue questo tipo di musica lo prenderà, pure gli spartiti ormai si trovano solo su internet. Preferisco aver un atteggiamento sulla musica ancora più solenne, invece che esser costretto a star dentro binari prefigurati». Pensa ai concerti all’Apollo di New York e all’Università di Boston, è ottimista: «Non è vero che la musica non ha più interesse. Stanno cambiando i supporti, le opportunità, ma da lì a dire che la cultura non serva a niente ce ne corre. Noi che abbiamo una storia, un nome, dobbiamo stimolare la gente ancora di più. Ora c’è un’aria intorno che rende possibili questi ragionamenti».
Il tour: Cesena 24, Catania 29, Napoli 31/1 aprile, Roma 6 e 15 aprile, Firenze 19, Padova 21, Reggio Emilia 3 maggio, Bologna 5, Torino 7, Milano 13 e 25, Genova 28. (LaStampa)
 
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Pubblicato da su 20 marzo 2012 in grande madre, MUSICA, pino daniele